L’antica cartiera sepolta nella Valle delle Ferriere


Un’antichissima cartiera riposa, invecchiata e ridotta ad uno scheletro, in una vallata rigogliosa attraversata da un torrente, che scende dalle alture verso il mare in energici scrosci, spezzandosi in morbide cascate e alimentando una centrale idroelettrica.

Una passeggiata lunga e stancante, ma che toglie il fiato non solo per la fatica: a mozzare il respiro è soprattutto lo spettacolo dello scenario naturale, nella cui cornice si cuciono qua e là segni di una storia remota, da antichi ruderi edilizi a resti di infrastrutture del passato; ma basterebbe da sé la vista impareggiabile sulla costa, là dove nello stretto tra due monti si distende il profilo inconfondibile di Amalfi.

NOTIZIE – “Valle dei Mulini” più in basso, “Valle delle Ferriere” più in alto: queste le denominazioni che dividono una zona in cui diversi secoli fa gli antichi mulini furono riconvertiti per alimentare cartiere, ferriere e pastifici, che fino al XIX secolo diedero vita ad un’intensa produzione, nonostante le asperità e le difficoltà morfologiche del luogo.

La fabbricazione della carta in quest’area ha origini antichissime: già prima del 1200 nell’Amalfitano si produceva la cosiddetta “charta bambagina”, con tecniche simili a quelle dei maestri cinesi. Una tradizione durata per secoli, finché alle soglie del XX secolo le cartiere non tennero più il passo con le innovazioni tecniche: la scarsa meccanizzazione industriale dei processi produttivi ebbe serie conseguenze in termini di competitività. Ma a mettere in ginocchio questa rigogliosa valle della carta fu l’alluvione del 1954, che delle sedici cartiere attive ne lasciò in piedi soltanto tre.

Ad oggi solo una fabbrica di carta risulta ancora attiva. Tra quelle invece dismesse, l’ultimo anno di attività certificata è il 1969, quando Nicola Milano donò la sua proprietà ad una fondazione di sua stessa creazione, per trasformarla nell’attuale Museo della carta.

LA NOSTRA DERIVA – Ci sono diversi ruderi disseminati lungo il corso del torrente Canneto, ma solo due cartiere abbandonate conservano resti interessanti e interni visitabili. Per chi si incammina partendo da valle, la prima che si para davanti è la cartiera Lucibello, di cui già si trovano diverse foto in rete.
Noi invece siamo scesi da monte, per raggiungere un’altra cartiera, fino ad oggi “inedita” sul piano dei racconti fotografici: appartenne proprio a Nicola Milano, come testimoniano decine di fogli e documenti che abbiamo ritrovato sul pavimento di un ufficio, e che risalgono al periodo fascista, tra gli anni ’20 e gli anni ’40 (clicca qui per vedere i documenti).

Se la storia di quest’area è a dir poco intrigante, la viva esplorazione può entusiasmare molto più di qualsiasi dettaglio informativo. Già varcata la soglia, è sembrato di mettere piede in un altro secolo: gli interni dell’opificio rimandano ad altri tempi, mentre su pavimenti e pareti è cresciuto uno strato di verde muschio. Prima ancora, poco dopo il portone d’accesso, abbiamo notato un oggetto che sembrerebbe postumo, ma non per questo meno inquietante: una testa di bambola caduta in un canale di scolo.

Le scale d’accesso alla struttura e quelle che discendono verso gli scantinati sono anch’esse piuttosto tetre, ma allo stesso tempo alimentano fascinazione e curiosità. Addentrandoci tra le stanze della cartiera abbiamo ritrovato macchinari d’ogni tipo e dimensione, e la nostra ignoranza in materia non ha fatto altro che intensificare l’entusiasmo infantile con cui il nostro occhio profano ha ammirato gli strumenti di produzione della fabbrica di carta, ormai lontani antenati delle nostre tecnologie industriali.

Le macchine sono quasi tutte concentrate al piano terra e negli scantinati, mentre ai piani superiori si trovano in prevalenza oggetti. L’ampia camera in cima all’unica scala accessibile conserva una splendida scrivania, sulla quale primeggia una boccetta ancora integra e annerita dall’inchiostro che conteneva. Procedendo verso le camere più interne si trova una cucina: le vecchie scatole di latta riportano indietro di decenni e decenni.

Gli ambienti laterali del primo piano sembrerebbero quasi divisi per tema cromatico: una stanza ormai verde di muffa conserva resti di mobili ed un piccolo attrezzo di lavoro, mentre la camera adiacente ha pareti in prevalenza azzurre ed altro non è che l’ufficio in cui abbiamo ritrovato, sparse sul pavimento, le vecchie carte relative alle transazioni e alle certificazioni dell’azienda.

La scala in legno che porta all’ultimo piano è parzialmente crollata e di certo inaffidabile, ma non ci siamo arresi. Nel buio di un corridoio abbiamo scovato una solida scalinata in pietra e siamo saliti all’ultimo piano. Arrivati in cima, sembrava non esserci sbocco oltre un’angusta anticamera, ma da un buco nel muro si scorgeva un immenso sottotetto, e sembrava decisamente interessante: in solitaria, mi sono arrampicato e infilato in quella fessura, non senza qualche rischio, ma ne è valsa la pena! L’ampia soffitta è in realtà l’ambiente in cui la carta veniva stesa ad asciugare, forse l’angolo più affascinante di questo edificio.

La facciata laterale dell’edificio, vista da qui, ha le eleganti sembianze di quella di una chiesa diroccata. Prima di andarmene, con un altro piccolo sforzo mi sono allungato per uno scatto tra i fili degli stenditoi, ma non è stata questa l’ultima fatica: al ritorno abbiamo dovuto ripercorrere in salita qualche chilometro di sentieri e gradini… l’unico rimpianto di questa visita!


Categoria: edificio fantasma
Tipologia: fabbrica dismessa
Stato: abbandonata, cedimento superfici esterne
Zona: Valle delle Ferriere
Raggiungibilità: in auto, poi a piedi
Dintorni: natura incontaminata
Accessibilità: dal portone
Visita: libera
Durata: complessivamente 3-4 ore
Aggiornamento: aprile 2019

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