Ascesa e declino di uno storico centro di ricerca sperimentale


L’Unità di Ricerca per le Colture Alternative al Tabacco occupa una vasta area di Scafati, ma di fatto, ad oggi, si presenta come un immenso agglomerato edilizio fantasma: un gruppo di edifici dismessi di vario tipo e dimensione, spogli, pericolanti e circondati di immondizia. Un classico, ormai, per le nostre esplorazioni di luoghi abbandonati, ma va detto che il complesso, visto dall’alto, ha pochi rivali quanto ad atmosfere post-apocalittiche:

Eppure, sul sito internet del CREA (Consiglio di Ricerca per l’Economia Agraria), è attualmente ancora presente la pagina relativa a questo centro sperimentale, che ne riferisce dettagliatamente la genesi e l’attività:
L’Unità CRA-CAT è la nuova denominazione assunta dall’ex Istituto Sperimentale per il Tabacco di Scafati in seguito all’incorporazione nel CRA. La caratteristica della nuova Unità è la multidisciplinarità.  Un gruppo di lavoro in fitopatologia (Biologia e Difesa) […] si interessa principalmente di funghi, sia fitopatogeni che antagonisti. Nel campo della difesa contro le malattie ad eziologia fungina, […] si è interessato della riduzione dell’impiego di sostanze agrochimiche per la lotta alle fitopatie su colture varie: al tabacco si sono aggiunte le colture ortive e, recentemente, la vite. […] Presso l‘Unità CRA-CAT è attivo dal 2007 un Centro di Saggio per la sperimentazione di fitofarmaci ed insetticidi per conto di committenti privati.

Oggi le targhe scolorite e divelte permettono di identificare il centro di ricerca, altrimenti irriconoscibile per la devastazione e lo svuotamento che lo hanno travolto nel giro di un solo decennio di abbandono. L’edificio più imponente è anche il primo che si incontra venendo dal cancello d’ingresso: al suo interno solo i cartelli, ancora attaccati alle pareti dei pianerottoli, chiariscono l’utilizzo degli ambienti organizzati su diversi piani, che conservano ben poco (solo cocci e scarti) delle attrezzature che un tempo riempivano questi locali in cui si svolgevano le diverse sperimentazioni specialistiche del centro.

L’ampio spiazzo antistante l’edificio ospita, con un bizzarro contrasto tra carcasse di cemento e resti monumentali, un piccolo tempio ancora piuttosto integro, ma resta difficile – almeno per noi profani – stabilirne una datazione e una provenienza.

Fatto sta che la storia di quest’area è molto antica ed è associata a quella del Regio Polverificio Militare, un edificio monumentale giallo e rosso, d’epoca borbonica, ancora in buone condizioni ma anch’esso lasciato al suo destino. Il monopolio italiano dei tabacchi, sorto nel 1862 dopo l’Unificazione, constatò la necessità di attivare un istituto sperimentale per implementare e incrementare la produzione. Così l’area circostante il Polverificio, già allora inattivo, fu trasformata in forza del Decreto Regio del 1895 in un Istituto Sperimentale per la Coltivazione dei Tabacchi, utile anche “a ridurre l’impatto sui livelli occupazionali della scomparsa del Polverificio“.

Mentre ci aggiriamo tra capannoni e depositi di cui sembra impossibile riconoscere la funzione (i cartelli rimasti alludono a sostanze infiammabili e ad un “monitoraggio contaminanti”), non resta che ripercorrere idealmente la storia recente di questi ambienti. Negli anni Settanta e Ottanta, l’Istituto ha proseguito l’indagine sulle “tecniche di coltivazione dei tabacchi, ivi compresi gli aspetti genetici, agronomici, di difesa, di cura e di tecnologie di trasformazione“. Negli anni Novanta sono affiorati i primi segnali di crisi, in particolare per l’avvicendamento di undici direttori in un decennio e per l’insufficienza dei finanziamenti.

Con la costituzione nel 2004 del C.R.A. (Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura), il centro ha assunto la sua ultima denominazione, virando definitivamente verso “filoni di ricerca rivolti alla individuazione di colture che sostituiscano il tabacco. Questi progetti hanno impegnato la struttura per più di un quinquennio, improntando il nuovo corso sull’orticoltura, “con lo scopo di valorizzare colture tipiche, caratterizzandole e curandone la dimostrazione a favore degli agricoltori regionali“.

Non sappiamo esattamente cosa e quando abbia segnato la fine di questa attività di ricerca, che, tra molteplici trasformazioni, ha avuto più di un secolo di vita. Oggi affonda tra rifiuti abusivi d’ogni tipo e piante spinate, che bloccano l’accesso ai diversi edifici dismessi disseminati su una superficie lunga quasi un chilometro, e carica di grigiore e desolazione (clicca qui per vedere altre foto).


Categoria: edifici fantasma
Tipologia: centro di ricerca sperimentale
Stato: abbandonato e pericolante
Zona: provincia di Salerno
Raggiungibilità: agevole in auto
Accessibilità: piuttosto semplice
Dintorni: trafficati
Visita: non priva di rischi
Durata: 2-4 ore
Aggiornamento: 
maggio 2019

 

Condividi su: