Villa Ebe: i fantasmi di ieri, di oggi e di domani

In breve

Categoria: edificio fantasma
Tipologia: villa/castelletto
Stato: abbandonata e pericolante
Zona: Napoli, San Ferdinando
Raggiungibilità: agevole a piedi
Accessibilità: divieto d’accesso e cancello chiuso con lucchetto
Dintorni: non affollati, sporadiche abitazioni
Visita: non consentita
Aggiornamento: gennaio 2019

NOTIZIE – La travagliata storia di questa villa, che dalle rampe di Pizzofalcone affaccia sul golfo di Napoli, è solcata da molteplici episodi oscuri. Tutti purtroppo ben più reali della leggenda per turisti che circola da anni: il fantasma di Lamont Young si aggirerebbe per le stanze o sulla terrazza della dimora partorita nel 1922 dalla sua stessa mente, e tra le cui mura l’architetto e urbanista napoletano sarebbe morto suicida nel 1929. Nato a Napoli da padre scozzese e madre indiana, Young progettò ancor prima il Castello Aselmeyer, edificato nel 1902 su Corso Vittorio Emanuele: le forme neogotiche, il gusto elisabettiano e i richiami medievali che lo distinguono, ritornano accentuati nello stile dell’edificio di Pizzofalcone conosciuto oggi come Villa Ebe, dal nome della moglie di Young, Ebe Cortazzi, che vi abitò fino agli anni Settanta.

 

Il valore storico di quest’opera architettonica e la sua posizione peculiare – le rampe cinquecentesche che scendono verso il mare dall’altura nota anche come Monte di Dio, grazie ai racconti di Erri De Luca – hanno messo Villa Ebe al centro di diversi progetti di recupero, sempre millantati e mai realizzati. La verità è che questo monumento sarebbe un patrimonio culturale e invece versa in uno stato di totale abbandono, trascurato dal Comune di Napoli fin da quando ne è diventato proprietario, sul finire degli anni Novanta.

Dopo aver rischiato persino il paradossale abbattimento per lasciare posto ad un parcheggio multipiano, nel 2000 Villa Ebe fu colpita da un gravissimo incendio doloso, che ne divorò i pregiati interni in legno, tra cui una splendida scala elicoidale di cui oggi resta solo lo scheletro metallico.

In realtà, originariamente l’edificio si componeva di due elementi distinti, ma l’altra metà della residenza è oggi invisibile perché distrutta da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Come se non bastassero i disastri che ne hanno mutilato la morfologia, il castelletto è stato dal 2005 e per quasi dieci anni al centro di progetti politici, proposte di finanziamenti europei, osservazioni preliminari dell’UNESCO, ma tutto si è sempre risolto in un nulla di fatto, lasciando Villa Ebe nel triste stato in cui è ridotta e alla mercé di chiunque vi facesse irruzione.

LA NOSTRA DERIVA – In rete sono pochissime le fotografie recenti che rendano giustizia a questo luogo oggi inibito al pubblico. Ci è bastato mettere piede oltre la soglia di Villa Ebe per subirne il fascino e allo stesso tempo vivere il rammarico per le tristi vicende che l’hanno rovinata: qui la bellezza traspare come mero residuo spettrale di un’esistenza cancellata, sopravvive solo nelle spoglie deturpate dall’incuria e dai danni dolosi.

Siamo entrati attraverso un ingresso secondario, visto il degrado in cui versa l’anticamera, posta alle spalle della porta verde che si scorge dall’esterno del cancello. Ci accompagnava la nostra amica Alberta, e le siamo ancora grati per la generosa mediazione che ci ha permesso di accedere alla palazzina e visitarne i due piani superiori. Facendoci largo tra cumuli d’immondizia, come da prassi nei luoghi abbandonati, abbiamo raggiunto il salone principale, per fortuna sgombro di rifiuti e attraversato soltanto da impalcature di sostegno.

Su una mensola è poggiata una vecchia foto dal nome sbiadito, tra la spazzatura che copre le stanze retrostanti spuntano un pupazzo e una musicassetta impolverati. Rispetto al salone centrale, da una parte si trova un terrazzino panoramico a veranda, di cui resta solo l’ossatura di metallo; dall’altra, una porta a vetri colorati introduce verso un altro balconcino al chiuso. Ma la vera sorpresa si è palesata quando siamo saliti sul livello più alto, per apprezzare da vicino le tipiche torri quadrate con contrafforti ottagonali e le finestre ad archi.

Sull’ampia terrazza all’aperto, in cima al castelletto, abbiamo scoperto panni stesi ad asciugare, sedie, valigie, oggetti di vita vissuta. Dopo poco ci ha salutati un uomo dall’accento est-europeo e, con un certo garbo misto a orgoglio, ci ha mostrato la sua abitazione: cucina, camera da letto, corridoio, bagno. Ebbene, insieme a sua moglie e al gatto bengala di nome Clara, vive quassù ormai da tredici anni, servendosi di pannelli solari per l’elettricità (dopo aver riadattato servizi e tubature e rimesso in sesto pavimenti, pareti e soffitti), ma rischiando costantemente la propria incolumità in questo edificio pericolante.

Difficile giudicare l’iniziativa di questo operaio abusivo di Villa Ebe: se è vero che ha alterato arbitrariamente un monumento e lo ha occupato illecitamente, ha comunque ristrutturato e messo in sicurezza un’ala laterale dell’edificio, per giunta già in principio priva di elementi di pregio architettonico rispetto al resto della villa. Se non altro, in mancanza di interventi da parte del Comune – che è a conoscenza dell’occupazione abusiva e la tollera tacitamente, quasi a legittimare il proprio disinteresse – quest’uomo è di fatto un manovale e un guardiano del castello: il paradosso è che a gestire questo spazio sia un singolo che agisce nel proprio interesse personale, e non sia un ente territoriale a tutelarlo attraverso regolari provvedimenti legislativi.

UNA TESTIMONIANZA SPECIALE – Se l’inatteso incontro ci ha rivelato il bizzarro pernottamento di una famiglia nascosta dentro Villa Ebe, conclusa la visita abbiamo conosciuto quello che ne è il tutore spirituale e materiale da diversi decenni: l’artista Pasquale Della Monaco, che ci ha invitati nella sua galleria per una chiacchierata serale. Lo studio d’arte è uno spazio a due piani direttamente adiacente al castello e sviluppato all’interno di due rampe consecutive: Pasquale ci ha raccontato di averlo ricevuto in fitto direttamente dalla signora Ebe, che conobbe e con cui divenne gradualmente amico, frequentando il castello già prima della scomparsa dell’anziana donna.

Se il piccolo giardino antistante la villa oggi si presenta curato e adornato, è merito di Pasquale, che se ne occupa da tempo a proprie spese. Anche la targa commemorativa che ricorda Lamont Young è opera sua:

Pasquale, che non crede alla storia del suicidio dell’architetto, ci ha descritto gli arredamenti in stile liberty che un tempo abbellivano le stanze della dimora e ha rievocato i tragici momenti dell’incendio del 2000: giorni di sofferenza, nel vedere l’agonia di una dimora a lui tanto cara e da lui stesso salvata dai piani di demolizione grazie all’ottenimento di un vincolo culturale. Non solo: Pasquale ha cercato a lungo l’attenzione delle istituzioni riattivando l’area di Pizzofalcone, ovvero ospitando diversi eventi d’arte e cultura, tra cui un concerto con il coro del San Carlo che probabilmente fu decisivo nel preservare le sorti del castello.

Villa Ebe, nel corso del tempo, è passata dagli eredi della signora Cortazzi a una società, poi fallita, infine al Comune, ma oggi ancora patisce gli effetti di un colpevole abbandono. In un video che raccoglie scene da tre diversi servizi televisivi di molti anni fa, è lo stesso Pasquale a guidare la visita alla villa prima che fosse sfigurata dalle fiamme, e a commentarne le sorti dopo il tragico disastro (clicca qui).