Rione Fossi, borgo abbandonato e crocevia tra regioni


Non è propriamente corretto annoverare il Rione Fossi di Accadia (FG) tra i borghi fantasma della Campania, giacché la storia ha sancito, ormai un secolo fa, il passaggio amministrativo di questo comune da una provincia a un’altra (Avellino-Foggia) e, di conseguenza, da una regione all’altra. È anche vero, però, che la nuova identità pugliese di Accadia inizialmente sopravvisse soltanto pochi anni: nel 1861, con l’Unità d’Italia la località fu dapprima inserita nella provincia di Avellino, quindi venne idealmente ‘trasferita’ in Puglia nel 1927 divenendo provincia foggiana; ma soli tre anni più tardi, ossia nel 1930, un violento terremoto devastò l’originario nucleo medievale del paese – per l’appunto il Rione Fossi – imponendo la ricollocazione del centro abitato.

L’Accadia vecchia e nuova di fatto si trova sul crocevia non tra due, bensì tre regioni, giacché la Lucania dista appena una trentina di chilometri. Ed è intuibile che tali ‘spazi di frontiera’ generino rivalità interregionali: prima di giungere ad Accadia, ne abbiamo avuto un assaggio dai racconti di un ristoratore di Scampitella, ultimo comune campano al di qua del confine e in conflitto patriottico con i vicini di Anzano di Puglia. La posizione liminale e la storia ‘trasformista’ di Accadia ne fanno dunque una sorta di terra di mezzo e ci sembrano legittimare la scelta di considerarla, almeno in parte, una località campana, risalendo alle sue origini avellinesi ma senza per questo sottintendere alcuna intenzione campanilistica.

Chi arriva in paese, attraversa prima la parte nuova, ripopolata nel Novecento dopo i vari sismi. Quindi si raggiunge la piazza dell’orologio, che fa da ingresso nel borgo antico: spiccano la torre, restaurata dopo il terremoto del ’30, e un tempietto in pietra locale eretto in epoca borbonica. Di qui, a condurre nel borgo medievale a pianta circolare è via Ranuccio Zannella, intitolata al cancelliere che difese eroicamente Accadia durante l’assedio del 1462.  Già dalle immagini satellitari si può intuire che il versante ovest dell’antico villaggio è stato oggetto di un tentativo di restauro e di recupero, ma è solo un’illusione: le case in pietra, ricostruite e messe a nuovo, sono incompiute e ormai anch’esse abbandonate, nonché gravemente vandalizzate. Il dedalo di vicoletti e scale è dunque una passeggiata tra abitazioni rinnovate ma già devastate.

 

Non ne resta che un’appendice posticcia di paesino, morta e resuscitata, che fa da preludio al vero e proprio borgo fantasma mai risorto: Rione Fossi giace più ad est, lungo il crinale discendente dell’altura, ed è ormai sommerso dalla vegetazione. Si può solo circumnavigarlo lungo la via perimetrale, che un tempo doveva accompagnare le mura della roccaforte medievale. Qui, distaccandomi dal gruppo, mi sono incamminato sotto un bollente sole d’agosto e sul versante orientale del borgo ho incrociato un anziano del luogo, in cerca di bacche ed altri frutti selvatici, a petto nudo e incurante dei severi raggi solari.

Il nostro breve dialogo si è svolto anch’esso su un confine, ma linguistico: l’uomo ha provato ad insegnarmi detti e vocaboli del suo dialetto, incomprensibile alle mie orecchie nonostante i pochi chilometri di separazione dalla Campania; quindi mi ha raccontato degli inspiegabili atti vandalici che hanno vanificato la ricostruzione di una parte del villaggio; infine ha precisato di essere uno degli ultimi abitanti in vita di quello che fu il Rione Fossi, ad oggi un paesaggio di ruderi che qua e là affiorano dalla selva che ha ricoperto le abitazioni rupestri.

 

La lingua, d’altra parte, rivela sempre la storia di un luogo abitato: scomponendo in due parti il toponimo di Accadia si può rinvenire il nome dell’antichissimo oppidum espugnato dai romani (1: Accua) nel 213 a.C. e risalire al culto locale precristiano della dea Cebele (2: Dea/Idea). Secondo altre fonti tradizionali, invece, il toponimo sarebbe da ricondurre ad un tempio dedicato ad Eca o Acca Dea (cfr. anche “Storia di Accadia“), distrutto nell’88 a.C. Il borgo medievale, dove si costituì una vera e propria civiltà contadina, potrebbe invece essere sorto come roccaforte già in epoca normanna (XI secolo d.C.), quindi parzialmente distrutto nell’assedio del 1462 e infine martoriato dai diversi terremoti che si sono susseguiti nella zona.

Anche per il Rione Fossi il toponimo è dibattuto e contiene preziose indicazioni storiche: “rione dei fossi” deriverebbe da un’errata traduzione (“fosse dei greci”) della dicitura latina Fossae Agroecorum, che si riferisce invece alle “fosse degli orfici”. Costoro erano eremiti che abitavano cavità scavate nella roccia, risalenti addirittura all’età del bronzo (al pari di quelle di Matera) e in seguito riutilizzate nel corso dei secoli con diverse funzioni, per poi integrarsi con gli edifici del rione, costruiti direttamente nella parete rocciosa.


Categoria: borghi abbandonati
Tipologia: rione fantasma
Stato: case vandalizzate/ruderi
Zona: Monti della Daunia
Dintorni: scarsamente abitati
Visita: libera
Durata: 30-60 minuti
Aggiornamento: agosto 2021

Condividi su: