Un’officina dismessa in città, nascosta in fondo a un viale


Categoria: edifici fantasma
Tipologia: sconosciuta
Stato: abbandonato e svuotato
Zona: Napoli
Raggiungibilità: anche a piedi
Accessibilità: non semplice
Dintorni: abitati e trafficati
Visita: pochi spunti
Durata: 30 minuti
Aggiornamento: 
maggio 2019

 

Napoli. Mattinata soleggiata di un giorno festivo. Lavoro arretrato, breve riposo casalingo, poi nel pomeriggio insorge un legittimo bisogno d’aria aperta. Ma dove si va? La meta è fissata da una semplice equazione: x = pigrizia + tempo ridotto + desiderio di esplorazioni. Incognita presto risolta: un edificio abbandonato non troppo lontano da casa. Si resta in città.

DERIVA – Giunti nel punto segnato sulla mappa, imbocchiamo il viale che, dalla strada principale, discende tortuoso verso il nostro obiettivo odierno. Ci facciamo largo tra insetti e rovi spinati (immancabili). Ai nostri lati tra le frasche sbucano lampioni ormai spenti e consunti, resti arrugginiti di un guardrail e altri dettagli che lasciano pensare a un lungo viale d’accesso per veicoli. Svoltato un angolo sbuchiamo in un ampio piazzale e, in fondo, ecco l’edificio che stavamo cercando.

Un solo, decisivo dubbio disorienta la nostra esplorazione: non abbiamo alcuna idea sulla funzione originaria di quello che, a prima vista, sembrerebbe un capannone dismesso. Unica notizia, ricevuta da un passante: l’area sarebbe un tempo appartenuta all’Enel.

Davanti all’ingresso, il cartello che riserva la sosta esclusiva ai “mezzi assegnatari della piazzola” non è un’indizio realmente indicativo. Tutt’al più ci insinua l’idea, piuttosto arbitraria, che si trattasse di automezzi speciali, e ipotizziamo quindi inizialmente di trovarci di fronte a un’ex caserma di pompieri, o qualcosa del genere. Proseguiamo, sperando che l’interno possa favorire migliori congetture.

Qui abbondano, sui muri, segnali che rimandano ad una fitta presenza di estintori: possibile presumere che si trattasse di un ambiente ad alto rischio di infiammabilità. Salvo poi trovare, sotto uno di questi cartelli, una bizzarra gabbietta vuota. Un altro segnale di divieto, scovato su una parete screpolata, è un’inattesa fonte di informazioni: “Vietato riparare, registrare, pulire, lubrificare a mano organi di macchine in movimento“.

La deduzione conseguente è che qui un tempo fosse attiva un’officina di manutenzione per macchinari o parti di automezzi. La quantità di spogliatoi e bagni comuni (tre, su due piani, uno anche con piatti doccia) confermerebbe questa ipotesi: gli operai dovevano lavarsi dal grasso ed altre macchie al termine della giornata di lavoro.

Le due ampie sale interne erano probabilmente destinate a contenere le strumentazioni più ingombranti e ospitare le operazioni di manutenzione. Meno identificabile è la presenza di una fila di stanzette laterali: probabilmente servivano come depositi o piccole officine specializzate. I vani e i corridoi più angusti posti sul retro e al piano superiore dovevano appartenere invece alla sezione riservata agli uffici per incombenze amministrative e organizzative.

Lo stato in cui versa questo edificio, ormai del tutto svuotato e ridotto allo scheletro, tra detriti, polvere e soffitti cadenti, impedisce qualsiasi identificazione certa sull’attività che si svolgesse al suo interno. La ricostruzione che abbiamo azzardato sulla base delle poche tracce rimaste non risolve i dubbi che avevamo fin dal nostro arrivo.

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