Discesa negli abissi: l’acquedotto di Serino per Aversa


Categoria: impianti idrici
Tipologia: acquedotto
Stato: discreta conservazione
Zona: Giugliano/Aversa
Raggiungibilità: agevole in auto
Accessibilità: senza impedimenti
Dintorni: discariche
Visita: senza interferenze
Durata: 30 minuti
Aggiornamento: febbraio 2019

 

A pochi passi dal Convento di Frati Cappuccini (clicca qui per l’articolo), tra cumuli di immondizia e cespugli, affiora un piccolo edificio a pianta esagonale, che altro non è che il portale d’ingresso che conduce ai sotterranei di un acquedotto. L’insegna reca un’indicazione inequivocabile: “Acquedotto di Serino per Aversa“.

NOTIZIE –  Diverse testate online riferivano, circa due anni fa, della riscoperta di questo antico reperto (in verità mai sparito dalla vista), ricollegandolo senza esitazioni all’omonimo acquedotto romano del 10 d.C.; tuttavia la targa recante l’iscrizione non sembra affatto risalire all’epoca romana, e l’edificio in sé non ha un aspetto così antico. Per di più, stando alle informazioni storiche tratte dai documenti ufficiali, l’acquedotto romano del Serino non serviva la località di Aversa (la più vicina tra quelle indicate è Acerra).

L’acquedotto fu costruito in età augustea allo scopo di rifornire d’acqua l’area di Napoli: partiva dalla sorgente del Serino sul monte Terminio (Irpinia) e terminava nella splendida Piscina Mirabilis a Bacoli (clicca qui per l’articolo). Difficile dire se in questo punto tra Aversa e Giugliano affiorasse realmente la rete idraulica originaria, lunga 96 chilometri, ma di certo è plausibile che passasse anche di qui.

Probabilmente l’iscrizione è stata aggiunta successivamente, come alcune rifiniture, grate e tubature di metallo, ma le cisterne e i canali sotterranei, nascosti nel buio, hanno una struttura e una profondità che potrebbero giustificare l’appartenenza all’acquedotto di epoca romana.

Deriva
L’atrio di ingresso è piuttosto spoglio e l’occhio cade immediatamente sulle scalinate semicircolari che conducono nell’oscurità dei sotterranei. Dal corridoio del primo piano interrato, due finestre affacciano già su una cisterna, avvolta però in un buio impenetrabile: a giudicare dal riverbero della voce si tratta di una cavità piuttosto ampia e profonda, mentre una foto col flash rivela che è anche piena d’acqua.

Diversi elementi di metallo suggeriscono che l’acquedotto sia stato riadattato e utilizzato fino ad epoche recenti, prima di essere abbandonato. Avanzando con un po’ di coraggio (e con una torcia) nel buio pesto, in un angolo del secondo piano interrato abbiamo scoperto un lungo tunnel, che un tempo doveva essere sbarrato da una grata di cui rimangono oggi solo due o tre sbarre.

Lo scemo dei film horror
Ho provato ad avventurarmici da solo, per il gusto di scoprire dove terminasse: magari conduceva in un’antica cisterna romana? Man mano che avanzavo, il suolo si faceva più umido e molle e il cunicolo sempre più stretto. La torcia, scarica, illuminava ad appena mezzo metro di distanza. Dopo qualche minuto, alle mie spalle il punto di partenza era già molto lontano: da entrambi i lati solo oscurità.

Insomma, ero il classico idiota che nei film horror, senza motivo logico, se ne va proprio incontro al pericolo. Ho cominciato sul serio a impressionarmi quando ho calpestato una vecchia ciabatta (cosa ci faceva lì?), ma in situazioni simili in me prevale la curiosità sulla fifa. Fiero di me ho proseguito per qualche metro, ma ormai il condotto si era ristretto a tal punto che dovevo inginocchiarmi, mentre il suolo era divenuto friabile ed era attraversato da crepe.

In questi casi i rischi non sono quelli che si vedono nei film, sono ben più reali: per evitare crolli o altri incidenti da speleologo improvvisato, ho pensato fosse il caso di fare retromarcia. La ciabatta però mi ha spaventato davvero!

 

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