ALTRE DERIVE – Sacco Vecchia, per cuori (e gambe) forti


NOTIZIE – I ruderi di Sacco Vecchia si trovano alle falde del massiccio del Monte Motola, arroccati a 600 metri di altezza al di sopra di una rupe che si affaccia sulla Valle del Sammaro. Ci troviamo al confine tra Cilento e Vallo di Diano, e ad appena 4 km dal celebre paese fantasma di Roscigno Vecchia.

Dell’antico abitato sorto in epoca longobarda (VI secolo d.C.) restano pochi ma suggestivi resti appartenenti alla cinta muraria, al castello e alla chiesa di San Nicola. Il nome di Sacco sembra essere legato ad una leggenda tramandatasi di padre in figlio nel corso dei secoli: l’infelice storia di Saccia, che fu consorte di Zottone, primo duca longobardo di Benevento (571 – 590 d.C. circa) al quale si deve la costruzione del castello; accusata di adulterio la donna fu relegata o finanche murata viva all’interno del maniero.

L’eco della vicenda fu tale che l’abate Francesco Sacco ne fa menzione nel suo Dizionario Istorico Geografico del Regno di Napoli del 1796. Ecco quanto scrive: «Questa Terra si vuole essere stata edificata circa l’ottavo Secolo dagli abitanti della distrutta Terra di Castel Vecchio, ove era un Castello fatto da’ Duchi di Benevento, ed in cui fu rilegata Saccia moglie di uno de’ duchi di Benevento. Distrutto quello Castello, gli abitanti di Castel Vecchio edificarono la presente terra e la vollero chiamare Saccia in memoria di Saccia rilegata nel castello della terra di Castel Vecchio».

Il fantasma della sventurata si aggirerebbe ancora oggi, con aria mesta e sconsolata, tra le rovine del borgo.

LA NOSTRA DERIVA – Per giungere ai ruderi di Sacco Vecchia ci sono due possibilità: l’una, più agevole, in auto; la seconda include un ripido sentiero a piedi, composto da centinaia di scalini in pietra, che si inerpica sulla collina all’interno di una fitta vegetazione. La nostra natura ci induce sempre a scegliere la via più ardua e faticosa: in tal caso, dunque, quella con gli scalini.

Sotto un cielo plumbeo e una pioggia sottile abbiamo imboccato il sentiero e iniziato la salita. Il primo tratto del percorso si insinua in una macchia di roverelle e cerri per circa 300 metri. Giunti a questo punto, un’alta parete rocciosa appare sulla nostra sinistra; ci fermiamo a osservarne la curiosa conformazione: una serie di piccoli blocchi sovrapposti, in apparente equilibrio precario, caratterizza l’imponente massiccio calcareo. Nel frattempo riprendiamo fiato: la salita è infatti alquanto impegnativa. Proseguiamo per altri 300 metri dopodiché giungiamo in cima alla collina e ad un bivio: davanti a noi il paesaggio si apre sulla vallata sottostante; imbocchiamo il sentiero a sinistra da cui, dopo poco, iniziamo a scorgere con grande stupore i resti delle mura e del castello.

 

Il sentiero, delimitato da una staccionata, continua in discesa fino ad arrivare ad un ponte in legno che consente di superare un piccolo dirupo: qui doveva sorgere un tempo il ponte levatoio. Ci dirigiamo subito verso quel che resta del castello di Zottone, ovvero una struttura ad arco posta in cima alla collina, a dominio della cittadella. Sapendo dell’esistenza della chiesa abbiamo proseguito l’esplorazione scendendo la collina. Nessun sentiero: si cammina tra blocchi di pietra sparsi che testimoniano l’esistenza di numerose strutture ormai quasi del tutto scomparse.

 

Un senso di armonia, dato dalla vegetazione che ha riconquistato i suoi spazi, pervade l’intera area. Tra cardi, asfodeli e arbusti giungiamo alla chiesa: la nostra meraviglia è enorme alla vista dei suoi incantevoli resti. Dopo più di 1500 anni sono ancora visibili le sue mura perimetrali, le monofore e le due alte colonne del campanile sulla facciata principale.

 

Ci spingiamo ancora oltre per arrivare fino al limite estremo della collina. Qui ci arrampichiamo sull’ultimo sperone roccioso sul quale ci fermiamo ad ammirare il vasto paesaggio che si staglia davanti al nostro sguardo; la luce del sole filtrata dal banco di nuvole che ci sovrasta illumina le vallate, le colline e gli alti rilievi montuosi che chiudono l’orizzonte.

 

Immersi in questa atmosfera ripensiamo alla storia di Saccia e al fatto che il paesaggio che lei vide nei suoi ultimi giorni sopravvive immutato davanti a noi.

di Serena Mangione e Claudio Focarazzo
ricercatori ed esploratori di luoghi remoti


Categoria: borgo fantasma
Tipologia: antico insediamento
Stato: ruderi
Zona: Cilento/Vallo di Diano
Dintorni: natura incontaminata
Raggiungibilità: a piedi o in auto
Accessibilità: scalini
Visita: libera
Durata: 3-4 ore
Aggiornamento: maggio 2019

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