ALTRE DERIVE – Lo scrigno e il tesoro: un’antica masseria

di Luigi Scarpato


Categoria: ruderi
Tipologia: masseria con cappella
Stato: precarie condizioni statiche
Zona: vesuviana
Raggiungibilità: in auto
Dintorni: abitati e trafficati
Accessibilità: senza impedimenti
Visita: sconsigliata (pericolante)
Durata: 30-60 minuti
Aggiornamento: giugno 2018

 

I ruderi di un’antica masseria si stagliano ai margini di una strada frequentatissima. Nessuno ormai fa più caso ad essi eppure la scoperta che ha riservato questa esplorazione è qualcosa di emozionante. L’interno è come un piccolo tesoro, custodito da uno scrigno dall’aspetto modesto.

L’ammasso di muri in blocchi di tufo consumati dalle intemperie, edere e arbusti che ci appare innanzi conserva al suo interno, con enorme sorpresa, le ultime tracce della vita che si svolgeva in questo edificio. Non solo masseria, ma molto di più. Un piccolo nucleo abitativo e produttivo con forno, osteria, macello e una cappella pubblica che andava sotto il titolo di S. Michele Arcangelo, fondata probabilmente all’inizio del XVIII secolo ed ampliata circa trenta anni dopo.

L’accesso oggi avviene proprio attraverso la cappella, da quel che resta di un bel portale di piperno. Il soffitto è crollato e l’ambiente è invaso da una folta vegetazione che ci lascia intravedere tracce della decorazione in stucco ormai scomparsa. Fino alla metà del secolo scorso vi era ancora un altare di marmo con la statua di San Michele. In una parete si è aperta una breccia per il crollo del muro, la attraverso facendo attenzione ai calcinacci sparsi in giro, e qui si scopre una scala che conduceva ai piani superiori della quale oggi resta un solo rampante, un pianerottolo e poco altro. A prima vista si nota poco d’interessante, ma alla luce della torcia ecco la sorpresa: pareti interamente dipinte con prevalenza di scene sacre, forse si trattava di un piccolo convento?

I dipinti (tranne che per le volte del pianerottolo decorate con scene di genere e paesaggi di fantasia) oggi sono poco riconoscibili. Sotto una miriade di graffiti delle epoche più svariate si scorgono alcuni frammenti di scene che fanno pensare ad una “creazione” o un “battesimo”. Più chiaro, invece, appare San Gennaro che protegge dalla furia del Vesuvio, purtroppo sfregiato da qualcuno che ha deciso di lasciare qui la firma della sua imbecillità.

Il secondo rampante è crollato insieme alla volta per cui dopo pochi gradini devo fermarmi. Torno al pianerottolo e cerco di guardare meglio gli affreschi. Mi sembra di ravvisare almeno due, forse tre mani di esecutori diversi per queste opere (forse dipinti a secco, quindi più fragili dell’affresco). Probabilmente un artista si occupò di dipingere le volte del pianerottolo e gli elementi architettonici, un altro l’intradosso della volta del primo rampante e un terzo, certamente dalla mano più felice, le scene presenti sulle pareti del pianerottolo.

Purtroppo i moderni graffitari hanno scelto come vittime le pareti dipinte, mentre i graffiti più antichi sono presenti quasi esclusivamente su pezzi di muri secondari, realizzati probabilmente intorno all’inizio dello scorso secolo per rinforzare la scala ed impedirne il crollo. Infatti, così si legge in uno dei graffiti, l’edificio appariva già “diruto” ai visitatori nel 1926. Successivamente, come si deduce dalle “storie” scritte dagli occasionali visitatori, l’edificio fu esplorato spesso da militari, giovani in cerca di avventura e coppie in cerca di intimità.

Lasciata la scala cerco un accesso per raggiungere la restante parte del fabbricato. Aggirando l’edificio per superare gli ostacoli, riesco a raggiungere la corte centrale: qui la vegetazione è folta e robusta ma da questo punto riesco a vedere quello che resta della scala che ho già visitato. Il pavimento della corte è tutto ricoperto di terra ed ho l’impressione che la quota sia molto più alta che in origine. Capisco allora che l’intero edificio fu verosimilmente abbandonato in seguito ad una delle tante alluvioni che periodicamente sconquassavano queste zone fino all’inizio del secolo scorso. Ne ho la prova in un ambiente che si apre direttamente sulla corte, dove c’è un forno la cui bocca oggi è quasi al piano di calpestio.

Sbirciando attraverso altre brecce nei muri scopro diversi ambienti, forse stalle e cucine, c’è una cucciolata di cani nascosti in un angolo, non sembra esserci la madre ma per precauzione cerco di non disturbarli. Dalla corte si vede anche un secondo piano con una bella loggia ad archi, cerco di individuare una seconda scala ma purtroppo a causa della vegetazione non riesco ad andare oltre. Tornando sui miei passi non posso fare a meno di pensare che tra non molto tutto questo crollerà totalmente, scomparirà in un cumulo blocchi di tufo, non ne avremo più memoria e sarà un peso in meno per chi avrebbe il dovere di preoccuparsi dei cosiddetti “beni culturali” sparsi nelle nostre terre.


Le foto sono state scattate in due visite diverse: gennaio 2012, giugno 2018.
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