Tra le celle dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario (pt. 1)


Monastero di Sant’Eframo Nuovo. Ospedale psichiatrico giudiziario “Sant’Eframo”. Ex OPG “Je so’ pazzo”. Tre nomi per tre storie diverse, vissute tra le stesse mura.

NOTIZIE – Je so’ pazzo è il nome della storia presente: quello scelto dal collettivo che ha restituito alla città un immenso edificio abbandonato a Materdei, nel cuore di Napoli, trasformandolo in uno spazio di impegno sociale e politico, di formazione e di assistenza. In origine, l’imponente complesso monumentale, che pure è ‘incastrato’ nella selva edilizia del centro storico, nacque come monastero: nel 1572 sorse Sant’Eframo Nuovo, il cui progetto iniziale prevedeva una pianta ancor più estesa, allo scopo di ospitare l’intero ordine di frati cappuccini napoletani.

Il monastero fu quasi distrutto da un incendio nel 1840, sul finire dello stesso secolo fu confiscato (storia comune a molti edifici religiosi dell’epoca) e convertito in carcere, finché assunse, nel 1925, la funzione di manicomio criminale. Solo nel 1975 fu denominato ospedale psichiatrico giudiziario (OPG). Nel 2000 fu riscontrata l’inagibilità dell’edificio e i detenuti furono trasferiti nel carcere di Secondigliano-Scampia e infine, negli anni successivi, l’OPG fu chiuso definitivamente.

 

Non tutti gli ambienti sono stati riarredati e adoperati per le attività di Je so’ pazzo: sia per una sorta di preservazione storica, sia per le difficoltà a rimettere in sesto un intero complesso edilizio, diverse sezioni dell’ex OPG sono rimaste inutilizzate e lasciate così com’erano una volta. Chi ha la fortuna di trovare un accompagnatore che apra i lucchetti, può esplorare alcuni corridoi e celle di quello che un tempo fu il carcere destinato ai criminali con patologie psichiche.

DERIVA – Noi siamo partiti proprio dall’ala destinata normalmente al pubblico. Al di là delle inferriate dell’accesso che ci è stato aperto, i locali ci sono apparsi piuttosto ordinati e sgombri, in alcuni punti lievemente risistemati per le visite. Qua e là si possono ancora notare alcuni dettagli dell’ex OPG: le targhe dei reparti e quelle delle infermerie sono ancora sui cornicioni delle porte; impressionano le strette fessure da cui i guardiani controllavano i detenuti stipati nelle piccole celle; i  corridoi semibui sono un vero e proprio labirinto.

 

Come abbiamo già scritto per lo Scugnizzo Liberato (ex carcere minorile), non amiamo la retorica facile e il pathos. Ci asteniamo perciò da ogni tentativo di ricostruzione emotiva di una realtà che non siamo in grado di immaginare senza averla vissuta. Non abbiamo molto da aggiungere neppure sulle incisioni presenti sulle pareti di un paio di celle: è innegabile che solletichino fantasie cinematografiche, ma non hanno nulla di inquietante o spaventoso, e noi non eravamo sul divano a guardare un thriller. Certo, poi ci sono le leggende, come quella di un pericoloso detenuto con istinti cannibali, o ancora ci sono le ben più attendibili testimonianze di chi da quel carcere è uscito, e ne ricorda il grigiore delle mura e il puzzo costante (clicca qui).

 

La struttura del complesso conserva l’originaria pianta conventuale, divisa in tre chiostri. Li abbiamo attraversati, passando per i cortili che un tempo fungevano da ora d’aria, quindi per le lavanderie, i locali caldaie, le ex cucine e altre piccole corti, spingendoci fino alla sommità di un tetto. Dobbiamo ringraziare la nostra amica Chiara, ormai da anni impegnata con il collettivo Je so’ pazzo. Dobbiamo ringraziarla per averci accompagnati pazientemente, ma soprattutto per averci aperto un’altra porta: quella che conduce nella sezione destinata alle guardie carcerarie, di solito sempre chiusa e interdetta al pubblico (clicca qui per la seconda parte).


Categoria: edificio fantasma
Tipologia: manicomio criminale
Stato: riqualificato/parzialmente in disuso
Zona: centro storico di Napoli
Raggiungibilità: a piedi
Accessibilità: portone (orari d’apertura)
Dintorni: popolati
Visita: su richiesta
Durata: 60 minuti
Aggiornamento: febbraio 2019

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